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Giorgio Napolitano

  • 29 set 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

E' stata, quella di martedì scorso, una giornata davvero particolare e densa di significati. L’ultimo saluto a Giorgio Napolitano. Una figura che come poche altre ha attraversato da protagonista tutta la storia repubblicana. È stata una vita lunghissima e piena, la sua. Quasi un secolo. Una vita che ne ha racchiuse diverse. Uomo politico, grande dirigente del Pci e della sinistra italiana. Poi, dal 1992, quando fu eletto Presidente della Camera dei deputati, la scelta di totale servizio delle istituzioni.


E sempre, per formazione culturale e per profondissima fede, convinto europeista.


A tenere insieme queste dimensioni, un filo invisibile fatto di coerenza, di rigore e di apertura al nuovo, che gli ha permesso di lasciare ovunque e in ogni momento un segno indelebile.


Il titolo di un suo libro del 1989, “Oltre i vecchi confini”, racchiude il senso del suo impegno dentro il Pci affinché si abbandonasse una volta per sempre ogni tipo di mitologia ideologica e si scegliesse la strada di una sinistra moderna e riformista, capace di farsi forza di governo e di rinnovare la società italiana in nome dei valori della democrazia e della libertà, dell’emancipazione e della giustizia sociale.


Allo stesso modo, l’innovazione delle istituzioni e il loro indispensabile adeguamento alla velocità e alla complessità dei cambiamenti del tempo, è stata la sua bussola quando ha ricoperto la più alta carica dello Stato. Da Presidente della Repubblica il suo assillo costante è stato quello della stabilità politica, che lo ha portato in diverse occasioni ad intervenire, sempre restando nell’alveo della Costituzione, per individuare le soluzioni che permettessero al Paese di superare le crisi più difficili e per far sì che la logica dannosa dello scontro frontale lasciasse il posto ad un bipolarismo compiuto, “normale”.


Due momenti, in questo senso, dicono molto di come l’interesse comune e il bene dell’Italia siano sempre stati la sua stella polare. Il primo, a novembre 2011, quando ebbe il coraggio di compiere scelte anche discusse di fronte alla crisi finanziaria, al rischio default e alla caduta del Governo Berlusconi. Il secondo nell’aprile 2013, quando accettò la rielezione al Quirinale di fronte allo stallo del Parlamento, non esitando a sferzare duramente la classe politica nel suo discorso di insediamento.


Nei suoi anni di presidenza ha tenuto fede alla rotta tracciata fin dall’inizio del primo mandato, quando scelse di recarsi a Ventotene e rendere omaggio ad Altiero Spinelli. La sua battaglia in nome dell’Europa non ha mai perso d’intensità, proprio perché quel tempo, segnato da pesanti crisi finanziarie e migratorie, con i nazionalismi a riprendere fiato e la fiducia dei cittadini in calo, vedeva arrancare in modo pericoloso il progetto dell’Unione.


La prima lezione di Giorgio Napolitano che rimane è proprio questa: sapeva perfettamente, e agiva di conseguenza, che l’Europa non può essere numeri e parametri da rispettare, ma deve rappresentare una speranza e offrire soluzioni. Per essere protagonista sulla scena internazionale. Per sconfiggere la disoccupazione e offrire lavoro di qualità. Per sanare i divari sociali e territoriali. Per offrire opportunità ai giovani.


E poi, tra le molte, ci sono almeno due altre lezioni di cui far tesoro. Quella lasciata alla sinistra, che deve esercitare il riformismo in modo concreto sul piano dell’azione e radicale su quello dei principi, per riuscire a parlare ad una società larga e a rappresentarne le domande. E al sistema politico, in particolare a chi ha responsabilità di governo, che deve saper condurre in porto le riforme di cui il Paese ha bisogno, senza mai dimenticare che le istituzioni non possono essere piegate all’interesse di una parte e men che meno diventarne possesso.


Per tutto questo, e per molto altro, quella di un grande italiano come Giorgio Napolitano è un’eredità da raccogliere e portare avanti.

 
 
 

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