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Giornata della Memoria

  • 27 gen 2024
  • Tempo di lettura: 3 min


Oggi si celebra la Giornata della Memoria. Il giorno, il 27 gennaio del 1945, settantanove anni fa, in cui vennero abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz.


È un nome, Auschwitz, divenuto tragico sinonimo dell’orrore assoluto, quando “la pazzia entrò nella storia e la trasformò in un incubo”, come scrisse il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel.


È come fossero racchiuse, nel nome Auschwitz, tutte le tragedie storiche, ogni vicenda in cui un individuo può essere privato della vita o della dignità perché appartiene ad una etnia o ad un ceto sociale, perché ha un determinato colore della pelle, perché ha una fede religiosa che altri individui non tollerano e giudicano una colpa inammissibile da rimuovere, da cancellare.


Di ciò che accadde allora è giusto, è doveroso, trasmettere memoria e conoscenza. Dobbiamo ricordare.


Ricordare che a segnare il destino di milioni di ebrei, e di migliaia di ebrei italiani, furono scelte precise e azioni concrete, compiute da chi decise di discriminare, umiliare, imprigionare e privare della vita donne e uomini, bambini e anziani.


Ricordare non solo l’innocenza delle vittime, ma anche le colpe dei carnefici. I nazisti e la loro ideologia genocida, certo. Ma insieme a loro ci furono gli esponenti di un regime, quello fascista, che nel 1938 varò le leggi razziali, la più grande infamia che mai abbia macchiato, dal punto di vista legislativo, la storia del nostro Paese. Insieme ai nazisti ci fu chi continuò fino alla fine a collaborare a stragi, rappresaglie e deportazioni, condividendo responsabilità tremende.


Doveroso, da parte del Presidente del Senato La Russa, aver parlato di “male assoluto”, visitando insieme a Liliana Segre il Binario 21, quello del Memoriale della Shoah di Milano. Ma altrettanto doveroso sarebbe stato ammettere che il fascismo di quella pagina storica è stato parte integrante e che i fascisti italiani furono parte attiva a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, del rastrellamento del 16 ottobre del ‘43 a Roma, dei vagoni piombati diretti ad Auschwitz.


Doveroso sarebbe riconoscere, a cominciare dalla premier, che nessuno può, se non uscendo fuori dal solco tracciato dai principi della nostra Costituzione, equiparare Salò e la Resistenza, il fascismo e l’antifascismo. Vorremmo sentirle dire poche parole chiare, che non siamo ancora riusciti ad ascoltare: “la Repubblica è fondata sull’antifascismo”.


La memoria davvero non è solo sguardo volto all’indietro ma esercizio attivo e costruzione del futuro.


Soprattutto oggi, in un tempo come il nostro, segnato a livello globale da instabilità e guerre, con le nostre società avvolte da incertezza e insicurezza. Condizioni in cui cresce a dismisura il rischio che a prevalere siano la chiusura egoistica, la discriminazione, il rifiuto dell’altro.


Ne abbiamo avuto l’esempio più drammatico in questi ultimi mesi, a partire dalla criminale strage terroristica compiuta da Hamas contro i civili israeliani e dall’assedio totale di Gaza da parte di Israele che sta provocando una catastrofe umanitaria. Da questa spirale emerge, purtroppo, una preoccupante ondata di antisemitismo che non si era mai vista da decenni, con un’avversione in tutto il mondo nei confronti degli ebrei che fa rabbrividire, per quanto è carica di odio e di intolleranza.


Criticare il governo di destra di Netanyahu è legittimo e per quanto ci riguarda persino doveroso, considerando i danni che sta producendo. E però nulla, nulla, può giustificare posizioni antisemite, discriminazioni o attacchi nei confronti degli ebrei. Il governo israeliano non è Israele e non è il suo popolo. Così come Hamas nulla ha a che fare con il popolo palestinese e con la creazione di uno Stato palestinese, perché ne strumentalizza la causa per fini politici e militari.


Ecco perché il cessate il fuoco è fondamentale, per arrivare alla liberazione degli ostaggi, per affrontare l’emergenza umanitaria di Gaza, per riannodare i fili del dialogo e del confronto e giungere a quel “due popoli, due Stati”, che rappresenta l’approdo di una pace vera.


Le uniche armi da usare sempre e senza timore sono quelle della conoscenza, della cultura, del dialogo, della memoria. Ricordare, tenere viva la coscienza, serve anche a questo, a far sì che ciò che è successo non debba ripetersi, mai più.

 
 
 

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