Il mondo che cambia e il voto in Veneto
- Andrea Martella
- 12 dic
- Tempo di lettura: 3 min

Ci sono momenti in cui la cronaca accelera e costringe tutti a cambiare prospettiva. Il mondo attorno a noi sta vivendo uno di quei momenti: scosse geopolitiche, alleanze che si ridisegnano, uno scenario globale che si va ridefinendo in modo profondo, rapido e tutt’altro che rassicurante.
La nuova Strategia di sicurezza nazionale americana non è un documento burocratico: è un chiaro cambio di rotta. Ridimensiona il ruolo dell’Europa, considera l’integrazione europea un ostacolo, dipinge alcune democrazie come “instabili” e apre esplicitamente a rapporti privilegiati con governi sovranisti ritenuti più “affidabili”. È una lettura del mondo che rompe con decenni di cooperazione transatlantica. È una dottrina, sostenuta direttamente da Trump, che prende forma. Con Elon Musk che arriva persino ad auspicare l’abolizione dell’Unione europea, accostandola vergognosamente alla svastica nazista e definendola come il “quarto Reich”.
Siamo davvero ad un bivio storico. La verità è semplice e dura: se non costruisce la propria sicurezza, non governa la propria crescita, non difende la propria democrazia, l’Europa è condannata al declino, ad essere semplice spettatrice del nuovo disordine mondiale dominato dal ritorno di pure logiche di potenza.
Per evitare di scivolare lungo questa china, servono una politica estera comune, un bilancio adeguato, una difesa integrata, investimenti condivisi e permanenti. Serve uscire dalla logica dei veti nazionali, serve un salto che trasformi l’Europa da somma di interessi in un progetto politico vero.
L’Italia, in tutto questo, dove sta? Ai margini. Mentre l’Europa è sotto attacco e Trump strizza l’occhio a Putin ridimensionando l’impegno a difesa dell’Ucraina, il governo italiano resta in silenzio, oscillando come tra compiacenza, timore e convenienze interne. È un governo diviso su tutto, che parla con più voci e finisce per non averne nessuna.
Il risultato è sempre lo stesso: gli altri decidono e noi commentiamo. Ma un Paese che non viene preso sul serio non conta. E oggi l’Italia, purtroppo, non conta.
A questa irrilevanza internazionale si somma un immobilismo interno sempre più pesante. Produzione ferma, salari in calo reale, servizi pubblici in sofferenza, povertà che cresce. Con una Legge di Bilancio, in discussione al Senato, che scambia la contabilità per politica e non affronta nulla: 18,7 miliardi dispersi in bonus episodici, nessuna strategia industriale, nessuna misura vera per il lavoro, nessun investimento sulla sanità e sulla scuola.
In tutto questo, dal nostro voto regionale è venuto un segnale importante. Il Partito Democratico cresce del 50%, la coalizione passa da 385 mila a oltre 543 mila voti, il numero dei consiglieri PD è quasi raddoppiato, da sei a dieci, e siamo il principale riferimento dell’opposizione, a poca distanza da Fratelli d’Italia. È la dimostrazione che il Veneto non è una terra immobile, non è impermeabile: quando c’è una proposta credibile, quando c’è unità, quando c’è serietà, la risposta arriva.
Per la prima volta dopo molti anni, il Veneto torna quindi contendibile. La Lega tiene soprattutto grazie al presidente uscente, ma mostra fragilità evidenti, con Stefani che rispetto a Zaia ha ottenuto 600 mila voti in meno. Fratelli d’Italia arretra e le tensioni dentro la maggioranza regionale sono già tutte lì, in vista.
Al contrario, la nostra proposta politica esce rafforzata. Giovanni Manildo ha guidato una campagna generosa e rigorosa, e la coalizione più ampia degli ultimi decenni ha dimostrato che un centrosinistra unito, plurale e maturo può competere davvero. In molte città siamo tornati forza trainante: a Venezia e a Padova il Partito Democratico è il primo partito. È un segnale che pesa, anche in vista delle amministrative che verranno.
Insomma, come preventivabile non abbiamo vinto le elezioni, ma abbiamo vinto una sfida politica: rimettere in moto il Veneto progressista, rappresentare con forza quel 30% di veneti che chiede un cambio di modello, restituire ambizione e prospettiva a un’opposizione che vuole essere utile al futuro della regione.
Il voto ci dice che lo spazio c’è. Ora va riempito con lavoro, presenza e credibilità. Con la determinazione di chi sa che il terreno è di nuovo aperto. E che questo è solo l’inizio.
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