La resa sui dazi di Europa e Italia, l’alternativa che serve al Veneto
- 3 ago 2025
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Capitolazione, resa incondizionata, subalternità. Sono alcuni dei giudizi, questi, che hanno accompagnato l’accordo siglato sui dazi pochi giorni fa, in Scozia, tra Unione europea e Stati Uniti. Molto difficile, d’altra parte, non valutare così l’esito di una partita che non si è affatto conclusa con lo “zero a zero” di cui si proclamava convinta Giorgia Meloni, ma – volendo continuare nella metafora – con un “quindici a zero” subito dall’Europa, dato che non ci sarà alcuna reciprocità e che ai nostri prodotti verranno applicate tariffe del 15 per cento.
Impossibile non vedere il fallimento come negoziatrice autorevole di Ursula von der Leyen, priva fin dall’inizio di una strategia degna di questo nome, e quello della Presidente del Consiglio italiana, autonominatasi “pontiera” e mediatrice rispetto a Trump, grazie alla presunta vicinanza “sovranista”, ma in realtà del tutto incapace di frenarne le pretese.
Il punto è che a pagare il prezzo di questo fallimento, della vittoria del protezionismo, saranno le imprese italiane e venete, che già costrette a fare i conti con inflazione e costi energetici insostenibili, perderanno ora competitività e rischieranno in tante di non farcela, con oltre 100 mila posti di lavoro in pericolo.
Solo per il Veneto, che trae molta della sua forza economica da settori strategici come macchinari, moda, occhialeria, oreficeria, alimentare, vinicolo, le prime stime parlano di una riduzione del 10% dell’export manifatturiero, per un ammontare di 700 milioni di euro.
Altro che considerare i dazi “un’opportunità di crescita per le nostre aziende”, come all’inizio della guerra commerciale scatenata da Trump affermava incautamente il segretario della Lega, nell’imbarazzato – si spera almeno questo – silenzio di Zaia.
Non c’è imprenditore veneto, tra i molti che stiamo incontrando in queste settimane, che non la pensi esattamente al contrario e che non chieda, preoccupato e deluso da tante promesse mancate, risposte concrete: una vera politica industriale, un pacchetto di aiuti per fronteggiare l’impatto dei dazi, una politica commerciale che diversifichi i mercati e ne individui di nuovi. Insieme ad un radicale cambiamento di rotta a livello europeo, cominciando innanzitutto col seguire le ricette indicate dal Rapporto Draghi sulla competitività.
Il problema è che è praticamente da escludere possano arrivare soluzioni da un governo nazionale che da tre anni, oltre ad essere inerte sul piano internazionale non riesce a far nulla per rilanciare la crescita e sostenere le imprese, così come per affrontare i problemi degli italiani e del Paese rispetto a sanità, lavoro, salari e costo della vita.
Così come il problema è anche, e non da oggi, che più nulla è lecito attendersi, a livello regionale, da un centrodestra che impiega le minime energie rimaste, al termine di un ciclo politico da tempo esaurito, solo in lotte intestine, con il bel risultato – alla faccia dell’autonomia – di far scegliere il candidato alla guida della Regione a Roma, dalle rispettive segreterie nazionali.
Noi, come Partito Democratico, abbiamo preso, in modo serio e trasparente, la strada opposta. Ci siamo confrontati con i cittadini sulle priorità su cui lavorare, abbiamo costruito la coalizione più ampia che il centrosinistra abbia mai messo insieme, abbiamo definito un programma condiviso e scelto il candidato migliore: un amministratore credibile e radicato nel territorio, un uomo competente e appassionato, come Giovanni Manildo. È insieme e attorno a lui, che offriremo un’alternativa credibile di cambiamento, nel segno della crescita e del benessere sociale, alle cittadine e ai cittadini del Veneto.


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