La strada dell’Europa unita e federale
- 23 mar 2025
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“Non so se questa è la vostra Europa, ma di certo non è la mia”. Le parole con cui la Presidente del Consiglio ha concluso il suo intervento mercoledì alla Camera dei deputati, dopo aver attaccato il “Manifesto di Ventotene” e insultato la Storia, danno ancora più valore alla straordinaria manifestazione di sabato scorso a Roma, in nome dell’Europa unita e dei suoi valori di pace, democrazia, libertà, giustizia, uguaglianza, solidarietà e diritti sociali e civili.
Sul perché Giorgia Meloni abbia deciso di oltraggiare la memoria di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, di quegli antifascisti che dal confino ebbero la forza di immaginare, in un continente schiacciato dalla dittatura nazifascista, un’Europa pacificata, libera, federale e democratica, si è detto molto.
Certo ha contato la volontà, alla viglia del Consiglio europeo, di nascondere le divisioni del Governo, dove si va dall’entusiasta sostegno di Forza Italia al piano Rearm-Eu alla totale contrarietà della Lega, con il Capogruppo Molinari a dichiarare di non riconoscere alla Presidente del Consiglio il mandato a votarlo.
Ma è altrettanto vero che se la premier pare avviata a tornare – ammesso che in realtà le abbia mai abbandonate – alle posizioni ultra-nazionaliste e anti-europeiste di quando era all’opposizione, è perché ha capito che il suo esercizio di equilibrismo che dura da oltre due anni, per tenere insieme intime convinzioni e ricerca di guadagnare un minimo di rispettabilità tra le cancellerie europee, non può più proseguire a lungo.
È il ritorno di Trump alla Casa Bianca a costringerla a gettare la maschera. Se fino a qualche giorno fa un osservatore animato da molta buona fede si poteva ancora domandare se Meloni preferisse collocare l’Italia tra i grandi paesi chiamati a rilanciare l’Unione europea accelerando l’integrazione politica, sociale, economica e anche sul piano della difesa, oppure se volesse portarci tra le braccia di chi la vede come un nemico nato “per fregare l’America”, ora la risposta è più chiara.
Il problema è che a rimetterci sarà il nostro Paese, sempre più isolato sulla scena internazionale e incapace di una minima iniziativa per una pace giusta e duratura sia per l’Ucraina, indebolita dall’evidente saldatura tra Trump e Putin, sia in Medio Oriente, dove la rottura della tregua decisa in modo criminale da Netanyahu ha causato un nuovo vergognoso massacro a Gaza.
La realtà è che la premier dimostra di non voler tutelare gli interessi davvero “nazionali”, che sono intrecciati a doppio filo con quelli dell’Europa, ma quelli della sua parte politica, di quei “patrioti” e “sovranisti” che sostengono il nazional-populismo di Trump per ragioni ideologiche, senza rendersi conto che ciò significa fare gli interessi dell’America e non dei loro paesi.
Con affermazioni assurde per cui i dazi sarebbero “una opportunità di crescita per le nostre aziende”. Sono parole, avventate e superficiali, del Segretario della Lega Salvini. Ma sono tutti coloro che fanno il tifo per Trump, che dovrebbero spiegare alle imprese venete chi pagherà il conto di questa follia. È Zaia, che dovrebbe andare da un nostro imprenditore vinicolo a raccontargli quante opportunità di crescita ci sarebbero, per un settore che rappresenta miliardi di euro di export e migliaia di posti di lavoro, con i dazi al 200% sul vino. Con tanti altri settori dell’economia veneta che da una folle guerra commerciale subirebbero danni incalcolabili.
La realtà è che siamo di fronte ad un bivio. Guai ad imboccare la strada che vorrebbe prendere la destra: quella del sovranismo, della chiusura e dei nazionalismi. Della logica del più forte, del più ricco e potente. A formare un mix ideologico che nella Storia ha significato sempre tensioni e guerra.
L’unica strada possibile è l’altra, per la quale il Partito democratico si batterà sempre e con tutte le sue energie, perché rappresenta il bene dell’Italia e del Veneto. È la strada dell’apertura e dell’integrazione. Della libertà e della democrazia. Del diritto internazionale e dei diritti. Dello sviluppo sostenibile. Della pace. Di quel sogno federale e di quell’Europa unita in nome della quale in tantissimi ci siamo ritrovati in piazza sabato scorso.


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