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La vittoria di Vicenza e il voto in Veneto. Direzione PD Veneto 9 giugno 2023

  • 10 giu 2023
  • Tempo di lettura: 14 min


Dedichiamo questa riunione dell’Assemblea regionale e della Direzione ad una riflessione comune sulla situazione politica dopo le elezioni amministrative. 


Abbiamo scelto di farlo, non a caso, qui a Vicenza. 


Vicenza, simbolo di una proposta e di un modo di procedere alternativi. Con una “costruzione dal basso”, per usare un gergo calcistico. 


Con una convergenza su un programma concreto e una voglia di offrire un respiro nuovo a questa città che ha portato alla splendida vittoria di Giacomo Possamai e della sua coalizione al ballottaggio del 28 e 29 maggio. 


Essere qui, allora, è anche un modo per ringraziare tutti coloro – dai segretari di circolo alle militanti e ai militanti, ai volontari – che si sono impegnati nel corso della campagna elettorale.


Quella di Vicenza è stata una vittoria davvero bella e importante. Arrivata perché si è saputo mettere al centro la città e il suo territorio. Perché si è guardato davvero ai problemi di ogni quartiere, delle famiglie, delle persone in carne e ossa. Proponendo soluzioni, offrendo risposte.


E così, ad essere premiato, è stato innanzitutto il profilo civico e solidale che Giacomo, ha saputo dare alla sua proposta per Vicenza e a tutta la sua campagna. 


Facendo emergere nel modo più chiaro possibile almeno due principi.


Il primo: per vincere servono candidature con una forte presenza nel territorio. Radicate e credibili. Come era già successo anche a Verona e a Padova.


Il secondo: è necessario mettere in campo alleanze plurali ampie, sulla base di programmi condivisi, e allargare la partecipazione, coinvolgendo i cittadini. 


Questa vittoria ci dice che facendo così, svolgendo fino in fondo il proprio ruolo, il Partito democratico è in grado di costruire uno spazio comune di convergenza per forze politiche civiche, ambientaliste e più moderate e popolari. 


È la lezione che va tratta da questa esperienza: mai più il centrosinistra deve presentarsi diviso. Deve unirsi e, unendosi, allargare la propria rete di alleanze.


Certo, al di là della vittoria di Vicenza – che peraltro è stata l’unica, in tutta Italia, in una città capoluogo – le elezioni non sono andate bene nemmeno qui in Veneto. 


Il risultato di Treviso era, purtroppo, abbastanza atteso. D’altra parte non era facile capovolgere la situazione con un sindaco uscente molto forte e popolare, nonostante il grande impegno – che qui voglio rimarcare – di tutto il nostro partito e del candidato sindaco che oggettivamente scontava un gap di conoscenza. Certamente non c’è stato il recupero che si pensava di poter fare. Il centro sinistra peraltro era diviso non per nostra responsabilità, ma per la scelta del terzo polo e dei cinque stelle,


A San Donà di Piave, nonostante la candidatura della nostra consigliera regionale Francesca Zottis e il positivo lavoro dell’amministrazione uscente, è stata premiata la coalizione di centrodestra, che contrariamente a noi – anche qui c’è stata la divisione con il Terzo polo – è riuscita a presentarsi unita e a dare agli elettori un messaggio di discontinuità e per qualche verso di cambiamento. 


C’è da sottolineare la bella vittoria di Piove di Sacco, dove dopo dieci anni di buon governo del nostro Davide Gianella  siamo riusciti a riconfermarci alla guida dell’ amministrazione comunale. 

 


Il quadro delle amministrative a livello nazionale


Dopo di che proviamo ad allargare lo sguardo e a porci a livello nazionale. 

Intanto una premessa: sì, si è trattato di elezioni locali e come tali devono essere considerate. Ma è evidente che hanno avuto un impatto politico più ampio, nazionale. Perché hanno riguardato numerosi capoluoghi di provincia e una fascia di popolazione abbastanza estesa anche se circa la metà del test amministrativo della primavera  scorsa dove le cose per noi erano andate sicuramente meglio. E naturalmente, poi, perché come prevedibile gli esiti sono stati amplificati dai media. 


Il dato che emerge è che ci troviamo sicuramente in una fase ancora molto incerta, nella quale non vi sono equilibri chiari e stabili. Come ha giustamente osservato Ilvo Diamanti in cui non siamo in possesso di Mappe o Atlanti Politici a cui fare riferimento. 


Il centrodestra si è affermato in quaranta Comuni maggiori, mi riferisco a quelli con più di quindicimila abitanti, quasi dieci in più rispetto alla precedente tornata, e fra questi in otto capoluoghi. 

Mente il centrosinistra ha “mantenuto” il governo in ventidue Comuni maggiori (in precedenza ne amministrava trenta) e in tre capoluoghi (due in meno quindi).


Un risultato negativo e una sconfitta severa. Anche se stando a numeri i consiglieri comunali sono complessivamente aumentati.


Da parte sua, la segretaria  nazionale non si è nascosta e ha parlato, senza mezzi termini, di sconfitta. 

Detto questo però, compito di un gruppo dirigente che ha responsabilità di guida, è quello di mantenere nervi saldi e di non oscillare tra entusiasmi e depressione. 


Poi i numeri vanno analizzati con una certa serietà: se andiamo in profondità nella lettura dei risultati, possiamo constatare come il Pd in cinque capoluoghi su otto sia il primo partito. E come sottolineato anche da Alessandra Ghisleri, rimanga complessivamente il primo partito delle realtà urbane con il 16% dei consensi. Mentre è nei centri minori che si manifesta in modo più evidente una nostra difficoltà. 


Questo per dire che non vorrei scomodare Manzoni e ricordare che il “servo encomio” e il “codardo oltraggio” sono sempre dietro l’angolo, ma addossare la responsabilità dei risultati alla linea politica della segretaria  nazionale mi sembra alquanto ingeneroso, oltre a sviare dalle cause vere, che vanno comprese e analizzate.


Elly Schlein è al suo posto da tre mesi. Queste amministrative le ha ereditate, per così dire, “già confezionate”.


Dopo di che è altrettanto vero che c’è la necessità di riflettere, di confrontarsi, di capire.


Ora che ci siamo lasciati alle spalle la fase congressuale e gli appuntamenti amministrativi, abbiamo tutto il tempo per farlo, in vista della scadenza delle Europee e del prossimo turno amministrativo, che sarà assai rilevante anche nella nostra Regione com più di 300 comuni al voto e con il tentativo neppure tanto nascosto da parte del centro destra di riportare al voto elettivo anche le province e le città metropolitane.


Sapevamo, d’altra parte, che sarebbe stata una traversata del deserto. Né facile e né breve. Anche perché scorciatoie non ce ne sono. 


E quindi si trattava, si tratta, di rimboccarci le maniche e di ricostruire una sintonia vera e profonda con il Paese reale.

 


La situazione attuale e l’obiettivo del nostro lavoro


Consapevoli del fatto che se guardiamo lo scenario globale, per le forze politiche progressiste e riformiste non è certo una fase facile. 


Soffia un forte vento di destra anche a livello europeo. Da Helsinki scende su Atene, Madrid e Barcellona. E naturalmente arriva anche in Italia.


Non è pensabile riuscire ad invertire la direzione di questo vento in pochi mesi. Ma è necessario mettere un punto e lavorare ad un’agenda comune.


Le sconfitte, sono state dure, mettono in evidenza che non è tanto una questione di leadership, quanto di messaggio. 


Come giustamente ha osservato Romano Prodi in una recente e significativa intervista, la destra sa cavalcare i sentimenti di “paura” provati dalle persone e ne sa fare carburante elettorale. In modo cinico e spregiudicato, ma certo più “facile” rispetto a quanto cerchiamo di fare noi. 


Il nostro messaggio, che è sicuramente più argomentato e cerca di dare risposte alla complessità dei problemi, proprio per la sua natura necessariamente più complessa, rischia di non venire ascoltato adeguatamente. 

È come se ci fosse un diaframma rispetto alla frequenza d’onda dell’opinione pubblica. Come se ci fosse una distanza, con il pericolo di una separazione. 


Chiudere questa distanza, evitare questo pericolo, non sarà facile. Ma è il nostro compito fondamentale, dovrà essere l’obiettivo del nostro lavoro, da qui alle prossime elezioni europee.

 


La “presa” della Premier sul Paese


Di fronte abbiamo una destra solida e coriacea. Anche aggressiva e spesso “incontinente” nelle sue parole, nelle sue prese di posizione. Spesso poi smentite o almeno corrette. Ma sempre figlie, evidentemente, di una concezione del potere che la distingue dai precedenti governi di centrodestra che abbiamo avuto dal ‘94 in poi. 


Ecco, se vogliamo trovare un parametro, magari non strettamente politico ma nell’atteggiamento e nell’approccio diretto e semplificatorio rispetto alla complessità delle cose, tornano alla mente i mesi iniziali del primo Governo Berlusconi, nel ‘94.


Non c’è dubbio che la Premier, in questa fase, riesce a governare i processi, sa tenere a bada i suoi alleati e usa le nomine con astuzia. In sintesi, sta esercitando il potere per attrarre consenso e costruire rapporti, sulla base dei quali ramificare e consolidare ulteriore potere. 


La Rai, ad esempio, è un esempio di questo. Abbiamo un sistema informativo che dopo decenni di duopolio si sta trasformando in un monopolio della destra.  


Destra che ha esasperato il concetto stesso di lottizzazione, che ha “occupato” postazioni e lo ha anche rivendicato, senza nascondersi. Approfittando del fatto che la legge glielo consente. Una legge targata Renzi, ricordiamocelo. 


Altro passaggio degli ultimi giorni e piuttosto inquietante, sia nel metodo che nel merito, è quello sulla Corte dei Conti. 


Partiamo dal metodo. L’emendamento voluto dal Governo viene inserito in un decreto che dovrebbe occuparsi di potenziare un po’ il personale della PA, sbloccando graduatorie e aumentando con assunzioni gli organici delle Forze dell’Ordine. 


In pratica cosa fanno? Inseriscono in un provvedimento che ha un obiettivo definito una norma ordinamentale, dopo aver ricevuto pochi giorni fa un “cartellino giallo” dal Presidente della Repubblica, che invitava ad usare con moderazione e omogeneità lo strumento della decretazione d’urgenza. 


Con un atto di arroganza istituzionale non solo disattendono l’invito, ma puntano chiaramente alla “normalizzazione” di un organismo di controllo. Che guarda caso aveva recentemente criticato, rispetto all’attuazione del PNRR, la “generale inadeguatezza programmatoria” con cui si sta affrontando questa partita decisiva, sottolineando che solo il 6% dei fondi è stato speso, con metà delle misure previste ferma al palo.


Ora, io non so se siamo già a quello che sempre Romano Prodi, solitamente attento e prudente nei suoi giudizi, definisce un “aumento di autoritarismo”. Personalmente non lo credo. Penso che siamo difronte ad un governo che cerca di dare risposte corporative ai propri blocchi elettorali e di interesse. Ma certo alcuni segnali di indebolimento delle istituzioni ci sono e vanno valutati con estrema attenzione. 


Mi riferisco, solo per fare due esempi tra gli ultimi possibili, all’attacco portato dal ministro Calderoli al Sevizio studi del Senato sul ddl Autonomia oppure al commissariamento dell’INPS e dell’INAIL.


E sinceramente è preoccupante che tutto questo avvenga in un quadro a dir poco sfilacciato sia delle opposizioni, sia delle centrali di pensiero e di opinione di questo Paese. 


Del resto è proprio questo il terreno più fertile per il proliferare di virus dannosi per la qualità della democrazia. Ed è questo, dunque, il motivo per cui dobbiamo fare – mi riferisco a tutti coloro che possono rientrare in un’idea larga e aperta di centrosinistra – molta, molta attenzione. E moltiplicare i nostri sforzi per mettere da parte le divisioni e cercare ciò che di fondamentale ci unisce.

 


Talloni d’Achille ai quali mirare


Anche perché questa destra non è mica perfetta. Di talloni d’Achille ne ha anche lei. E nemmeno pochi.


Uno è sicuramente rappresentato dal ddl sull’autonomia differenziata e dal tentativo di coniugarlo – per usare un eufemismo potremmo dire in maniera “ardita” – con un disegno di legge di riforma in senso presidenziale. Non credo ci sia bisogno di una sfera di cristallo per immaginare che una maggioranza così articolata, su un tema così delicato, potrebbe davvero andare incontro a serie turbolenze. 


E poi c’è, per l’appunto, il PNRR. Tra qualche mese sarà tutto molto chiaro e temo che i nodi verranno al pettine. 


Il prossimo 31 agosto, infatti, dopo mesi di approssimazioni, rinvii e palloni gettati in calcio d’angolo, l’Italia dovrà presentare una proposta di revisione dei progetti e lì sarà evidente, anche agli occhi della opinione pubblica, che sarà tutta loro la responsabilità di far perdere risorse al Paese.


E quando l’assegno staccato dall’Europa – ammesso che sarà staccato – sarà di una cifra inferiore rispetto a quella prevista, allora sentiremo che spiegazione proveranno a dare. 


Per il momento giocano a nascondino. Ma proprio per questo noi dobbiamo essere pronti e bravi ad incalzarli. 


Le possibilità ci sono, il modo c’è. Perché se passati sette mesi dal suo insediamento il Governo cerca ancora di scaricare su chi l’ha preceduto il fatto che dall’inizio del 2023 su 40 miliardi disponibili se ne sono spesi meno di due, è chiaro che c’è un problema che nessuna propaganda potrà coprire in eterno.


Oltre a tutto questo, dobbiamo insistere e colpire, a proposito di talloni d’Achille, lì dove sono più evidenti i limiti di una destra incapace di trovare soluzioni vere alle difficoltà economiche e al disagio sociale del Paese. 

 


La trincea del riformismo


Dal governo non arrivano risposte concrete all’Italia che lavora, alle imprese che formano il tessuto produttivo, alle famiglie che fanno i salti mortali per arrivare alla fine del mese.


Inflazione, politica dei redditi, taglio degli istituti scolastici, liste di attesa infinite, carenza dei medici di famiglia: questioni che toccano la carne viva delle comunità e delle persone, nodi che la destra non sa nemmeno come iniziare a sciogliere, ammesso che si ponga seriamente il problema di farlo. 


È dentro queste trincee, per combattere disuguaglianze e povertà, per sostenere e spingere la crescita, che deve stare il nostro riformismo.


Radicali nei principi, certo. E insieme concreti, incisivi, pragmatici nel modo di governare, lì dove lo facciamo, e di portare avanti la nostra iniziativa politica e le nostre proposte. 


Qui in Veneto, lo abbiamo visto per tempo, c’è una grande sofferenza rispetto alla Sanità pubblica. Si sta smantellando la sanità territoriale. Sotto i nostri occhi sta evaporando il Sistema sanitario pubblico. Su questo dovremmo, dobbiamo, incalzare Zaia dalla mattina alla sera.


Discorso analogo sul lavoro. I salari sono colpiti dall’inflazione, la precarietà continua ad essere una gabbia che imprigiona i giovani, il mercato del lavoro per loro e per le donne continua ad essere di difficilissimo accesso: dobbiamo agire e portare avanti proposte concrete, come quella del salario minimo.


Così come se vogliamo tornare a governare questo Paese dobbiamo stringere un nuovo e forte rapporto, come stiamo cercando di fare qui in Veneto, con le forze economiche e sociali, con i settori produttivi, con le piccole e medie industrie, l’agricoltura, l’artigianato. 


C’è da fare un lavoro “di semina” vasto, lo definirei quasi “pre-politico” e culturale. Non è facile e richiede tempo, tenacia e capacità di una vera elaborazione di idee e progetti.


Ma è un lavoro che va fatto, soprattutto se analizziamo il contesto della partecipazione a tornate elettorali che fanno registrare un astensionismo sempre più elevato. 

 


Il Partito democratico perno di una vera alternativa


E qui arriva il momento di parlare un po' del partito.  


Siamo l’unica forza politica radicata in modo sostanzialmente omogeneo su tutto il territorio nazionale. 

Se ci guardiamo intorno, vediamo che da Nord a Sud il Terzo polo si distribuisce a macchia di leopardo, con numeri irrisori e con  rare alleanze a destra. 


Il Movimento 5 stelle, da parte sua, continua a non avere un radicamento reale, come dimostrano ogni volta proprio le elezioni amministrative. 


La carenza, o persino l’assenza, di questa infrastrutturazione politica complica non poco il confronto anche nazionale. 


Non si vince da soli. Per vincere in un sistema partitico frammentato è necessario stringere alleanze che diano all’elettorato l’idea di essere competitivi. E però al momento non esiste uno schieramento di centrosinistra contrapposto al roccioso pacchetto di mischia della destra. 


Le frange moderate del Terzo polo non hanno deciso da che parte stare e il Movimento 5 stelle continua ad oscillare tra un rapporto cooperativo con il Pd il “richiamo della foresta” di una corsa solitaria. 


Siamo in mezzo a un guado.  Per uscirne bisogna rafforzare organizzativamente, culturalmente e politicamente il partito. Aprendosi al tempo stesso alla società civile. Scrivendo prima, e dettando poi, un’agenda politica sulle principali questioni che riguardano la vita vera gli italiani e le prospettive del Paese.


Solo così è possibile diventare egemoni nel proprio campo e potenzialmente competitivi. 


Dobbiamo quindi, anche qui a livello locale, continuare a mantenere aperti i canali di confronto con le altre opposizioni. Nonostante costi fatica e a volte sia comprensibile si affacci un certo istinto a chiudersi. 


Non dobbiamo farlo. I processi politici vanno accompagnati e supportati, partendo dalla consapevolezza che a noi spetta il compito di essere il perno attorno al quale costruire un’alternativa a questa destra.

 


Una nuova classe dirigente…


Noi stiamo investendo sul futuro, stiamo creando le condizioni perché emerga una nuova classe dirigente. Non è un caso, anche da questo punto di vista, che siamo a Vicenza. 


Quello che però va analizzato con attenzione e che dovrebbe allarmarci un po' tutti, è la rarefazione delle sorgenti di partecipazione. Dopo anni si registra un disimpegno anche rispetto al volontariato. 


Io ho trovato questo dato, in particolare, molto preoccupante. C’è un ripiegamento che può inaridire ulteriormente il confronto politico. Le persone sono diffidenti verso l’impegno, quando invece questo è un tempo che richiede proprio questo: impegno. 


C’è bisogno, quindi, di proseguire nell’azione di rafforzamento capillare della nostra presenza, di un modo di essere del partito come militanza e partecipazione, non solo come partito degli eletti.


Dobbiamo attivarci maggiormente nelle aree interne, nelle periferie, nelle campagne e nelle zone montane della nostra regione. Aree dove le principali esigenze si legano alla graduale perdita di opportunità e di servizi, da quelli scolastici a quelli sanitari. 


Uscire dal corridoio della A4 e della A13, fatto di città tra le più innovative di tutto il paese e che sono a guida centro sinistra per inoltrarci nella Pedemontana e le nelle aree marginali ma non meno significative è per noi un obiettivo strategico. 


Dobbiamo collocarci, ovunque e in ogni situazione, come interlocutori sociali, come interpreti di un largo ventaglio di bisogni e aspettative. 


Un’alleanza ampia nella società che faccia da indispensabile e fertile premessa a quell’alleanza larga  politica  basata su idee e progetti comuni, assieme a tutte le forze progressiste, democratiche, moderate e civiche. 


E ripeto: si è visto alle ultime elezioni, quanto è importante costruire e rafforzare un profilo civico e saldamente ancorato alla realtà territoriale.



… ancorata al territorio 


Vicenza, come prima Verona e la riconferma di Padova, è un nuovo punto a nostro favore. Questa volta conquistato con un dirigente del nostro partito. Cosa che rappresenta un valore aggiunto e una spinta a lavorare sulla selezione di quadri giovani e con una prospettiva di medio lungo periodo.


Del resto era questa l’impostazione di metodo quando sono diventato segretario.


Dobbiamo proseguire su questa strada e consolidare i nostri contenuti. Continuando ad alzare lo sguardo rispetto al quotidiano e a tracciare una rotta per il futuro. 


Il Veneto è una delle regioni più dinamiche non solo del paese ma anche dell’Unione Europea.i suoi parametri i suoi indicatori socio economici presentano numeri importanti ma la domanda è come mantenere la competitività del Veneto in un mondo che sta cambiando così velocemente?


Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la raccolta degli atti del nostro Seminario di Abano Terme. Lì c’è un tentativo di rispondere a questa domanda. Lì ci sono riflessioni e idee su questioni strategiche: economiche, sociali, istituzionali che riguardano la nostra Regione e il nostro tempo. 


Questioni che rappresentano la base per un confronto con la società veneta che cambia, con le forze economiche e sociali della nostra Regione ed anche con le altre forze politiche che vogliono impegnarsi nella costruzione di un modello alternativo a questo logoro pragmatismo fine a se stesso di Zaia.  


Dobbiamo lavorare ad un “Manifesto per il Veneto 2025”, trasformando i contenuti del nostro Seminario in precise azioni programmatiche per un Veneto più giusto, più equo e più sostenibile. A settembre presenteremo il programma di una due giorni dedicata al mondo del lavoro e delle imprese, ai fabbisogni infrastrutturali e di sicurezza del territorio. 


Nella nostra regione si avvia a chiudersi la lunga parentesi che da Galan a Zaia ha segnato una politica dalla fine del secolo scorso al primo quarto dell’attuale. Nel frattempo, è impossibile non rilevare come il centrodestra veneto abbia ormai il fiato corto rispetto a tante sfide che abbiamo di fronte: si sono acuite le divisioni tra le diverse forze e anche all’interno della Lega. E a dividere questa e Fratelli d’Italia c’è un malessere sempre più evidente. 


Forse lo strapotere, diventato un impasto stagnante e senza idee, esercitato per troppe stagioni sta diventando logoramento e si sta traducendo in uno sfilacciamento in termini progettuali.  Cosa che nella nostra Regione inizia a farsi evidente a livello politico. 



 

La situazione è aperta


La situazione, dunque, è in movimento, si sta facendo più aperta di quanto avremmo potuto ritenere fino a qualche tempo fa.


È per questo che su sanità, sicurezza sul lavoro, cambiamenti climatici e sostenibilità ambientale – con le nostre proposte sulla siccità – come partito abbiamo avviato delle campagne per avvicinare le nostre proposte alle cittadine e ai cittadini veneti. Quella Prima è Salute sta avendo un grande riscontro vedo che altre forze sociali a cominciare dal sindacato si sono mosse nella stessa direzione.


Dobbiamo proseguirla con il massimo impegno. 


Noi dobbiamo essere il partito che si occupa delle persone. E che in quanto tale riesce a risintonizzarsi con i bisogni e le attese di una società che sta cambiando.


Dobbiamo continuare con queste iniziative nel modo più capillare possibile.  


Inoltre proseguiamo il lavoro sull'Autonomia. E qui conoscete la nostra proposta. Convocheremo su questo una specifica riunione ora che il lavoro parlamentare sta entrando nel merito e non potranno che emergere i molti problemi legati innanzitutto alla definizione del Lep e al loro necessario finanziamento. 


Dobbiamo inoltre mobilitarci sul tema del diritto alla casa. Con una specifica campagna. Questa è una delle principali sfide di giustizia sociale del nostro tempo che riguarda le città e non solo le grandi città. 


Serve un sostegno concreto di lungo periodo a quelle famiglie e a .quelle persone che sono soffocate dal caro affitto a partire dagli studenti universitari.


Voglio rilanciare qui, infine, la proposta delle “primarie tematiche ” come strumento da utilizzare nei prossimi mesi per presentare le nostre proposte. 


Un serio lavoro di preparazione può dar luogo, a settembre, a un primo insieme di proposte: dagli asili nido alla riforma delle IPAB, passando per la gratuità dei trasporti pubblici, le borse di studio universitarie. Proposte concrete e realizzabili, con correlati impegni di spesa e indicazione delle coperture.


Dovremo fare dei gruppi di lavoro nei prossimi giorni per stabilire un regolamento ad hoc delle primarie tematiche e per avanzare le proposte di merito. I circoli, gli iscritti, saranno  chiamati non solo a discutere, emendare e votare queste proposte, ma a coinvolgere tutta la società veneta sugli stessi temi e sullo stesso percorso. A tutti i livelli: locale, provinciale, regionale.


Il voto finale di iscritti e simpatizzanti, a ridosso della sessione del bilancio regionale 2024, rappresenterà una sfida alla Giunta e un sostegno al nostro gruppo in consiglio regionale.


Ho detto il voto dei nostri iscritti perché ai circoli territoriali dovremmo dare sempre più importanza non è rilanciandone il radicamento e la vitalità. In questo senso con Maurizio Facincani che recentemente ho incaricato e Monica Lotto stiamo lavorando ad un progetto che presenteremo ad una prossima riunione dei segretari di circolo in occasione di linea Pd che convocheremo prima dell’estate. 


Infine fatemi fare un ‘ultima considerazione.


La cronaca ormai ha una capacità di orientare i sentimenti politici in maniera molto incisiva. È la caratteristica delle società post ideologiche. L’aggressione di uno studente all’insegnante della sua scuola, un efferato femminicidio come  quello dei giorni scorsi, sono più di semplici episodi. Vanno analizzati con molta attenzione, perché sono il segno di una difficoltà sociale, di un disagio, di uno scollamento, che la politica deve saper affrontare, senza eludere nulla. 


E al tempo stesso non possiamo ignorare quanto è avvenuto nei giorni scorsi in questura a Verona. Si tratta di accuse gravi su cui ci auguriamo che presto la giustizia faccia il suo corso e credo che per primi a chiedere giustizia siano le donne e gli uomini che indossano la divisa quotidianamente con  onore e spirito di servizio.

La polizia di Stato appartiene al paese chi le offesa è giusto paghi per aver rotto innanzitutto il rapporto di fiducia con la comunità nazionale considerato il delicato lavoro che svolge per la sicurezza di tutti noi.


La politica è nel quotidiano più delle nostre dichiarazioni. C’è un malessere profondo che non riusciamo a cogliere se non quando è troppo tardi.  È da qui che bisogna partire.


Proprio Vicenza, allora, può diventare il simbolo non solo di un modo di essere e di procedere, ma anche delle possibilità che si aprono davanti a noi. 


In Veneto. E in tutto il Paese.


Certo, bisognerà essere pronti a uscire quando necessario dai vecchi schemi e a mettersi sempre più in sintonia con le nuove domande che questo tempo complesso sta facendo emergere con grande urgenza: come sostenere le fasce di popolazione più colpite dalla crisi, come creare lavoro di qualità in particolare per giovani e donne, come fare in modo che le transizioni siano sostenibili sia sul piano ambientale sia su quello sociale, come dar forza al nostro tessuto produttivo e valorizzare in particolare le piccole e medie imprese, come rilanciare scuola e sanità. 


Se c’è un insegnamento che da queste elezioni amministrative venete possiamo trarre, anche per poter guardare con fiducia a queste grandi sfide, è che il lavoro paziente e capillare paga. I cittadini questo vogliono e questo sono pronti a premiare: serietà, concretezza e responsabilità.


Andiamo avanti, insieme, su questa strada.

 
 
 

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