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Restituire centralità al lavoro

  • 18 ott 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

Mentre il governo e la premier sono impegnati soprattutto ad evocare fantomatici complotti ai loro danni, a fotografare una delle tante difficili situazioni in cui si trovano il Paese e le famiglie italiane è lo sciopero di ieri dei lavoratori del gruppo Stellantis.


Ad essere in gioco è il futuro dell’industria dell’auto in Italia, settore strategico per la nostra economia. A rischiare di essere seriamente compromesse sono le prospettive occupazionali di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori, sia diretti, nei vari stabilimenti già interessati da un gran numero di ore di cassa integrazione, sia dell’indotto.


Ma d’altra parte, è proprio rispetto ai capitoli “lavoro” e “politiche industriali” che, da ormai due anni, questo governo dimostra di avere più problemi. I suoi pochissimi interventi si sono distinti per inconsistenza e demagogia, come è successo anche con il recente “collegato lavoro”: un vero inno alla precarietà, con l’eliminazione del tetto al lavoro in somministrazione, l’allargamento dell’uso dei contratti stagionali e l’apertura di un pericoloso varco nella legge che sancisce il divieto dell’odiosa pratica delle dimissioni in bianco.


E se per le tutele dei lavoratori le cose vanno male, riguardo la questione salariale vanno ancora peggio: il governo Meloni sembra aver dimenticato che tra il 2021 e il 2023 il costo della vita è aumentato del 17,3% mentre i salari solo del 4,7%, e quando c’è chi prova a farglielo capire e ad offrire anche una soluzione, come hanno fatto il Partito democratico e le opposizioni proponendo l’introduzione di un salario minimo, preferisce non ascoltare e girarsi dall’altra parte.


Si deve cambiare rotta. Anche se è pressoché impossibile aspettarsi qualcosa di buono, in tal senso, da un governo che dalle prime anticipazioni con questa Manovra non riuscirà ad andare al di sopra della linea minima di galleggiamento, senza capacità di rilanciare occupazione e crescita.


Spetta al Partito democratico, quindi, indicare sul piano programmatico le strade alternative da percorrere, a livello sia nazionale che regionale.


Rispetto al contrasto del lavoro povero e alla necessità di spingere verso l’alto i salari, la Regione Veneto faccia ad esempio come è stato fatto altrove e sostenga l’introduzione di un salario minimo applicato dai contratti relativi a bandi e concessioni suoi, dei propri enti e delle proprie aziende controllate. Per innalzare la qualità del lavoro si prevedano incentivi e defiscalizzazioni, come una riduzione dell’aliquota Irap per le aziende che adottano buone pratiche occupazionali. Per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di giovani e donne si potenzino strumenti come il contratto di apprendistato, incentivandolo in relazione ad una vera formazione di qualità e agevolandolo fiscalmente, al fine di una sua trasformazione in lavoro stabile. E sempre per promuovere l’occupazione femminile, si potenzino servizi e sostegni che permettano di conciliare lavoro e famiglia.


Si promuovano politiche attive per affrontare la partita decisiva delle competenze, per la formazione e la riqualificazione dei lavoratori, per superare il mismatch che affligge il nostro mercato del lavoro: troppe imprese non trovano i profili professionali di cui hanno bisogno. E su tutto, si assuma come impegno comune quello di fermare la strage quotidiana sui luoghi di lavoro, che vede purtroppo il Veneto in cima alle classifiche: la salute e la sicurezza non sono un costo, ma un investimento per la crescita, oltre che un dovere morale.


Si tratta di punti fondamentali – e molti altri ce ne sono, li presenteremo al meglio sul piano programmatico – attorno ai quali porteremo avanti la nostra battaglia su una “trincea”, quella del lavoro, da cui dipende molto del futuro del Paese e del Veneto.

 
 
 

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