Sicurezza sul lavoro
- 24 feb 2024
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La tragedia di Firenze della settimana scorsa, con la morte di cinque operai edili schiacciati e sepolti da piloni e cemento nel cantiere dove lavoravano, ha nuovamente riproposto l’emergenza sicurezza sul lavoro nel nostro Paese.
Non è, infatti, la prima volta che accade. Senza risalire al dramma della Thyssenkrupp del dicembre 2007 basti pensare, in tempi più recenti, alla strage consumatasi sui binari di Brandizzo, all’orditoio che ha intrappolato e ucciso a Prato Luana D’Orazio, al macchinario che ha spezzato la vita di Anila Grishaj, qui da noi, a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, o al giovane Giuliano De Seta di Portogruaro.
Sono casi che riaccendono i riflettori su una strage quotidiana che il più delle volte si consuma, invece, nel silenzio o quasi. Ogni anno le vittime sui luoghi di lavoro sono oltre mille. Una interminabile scia di sangue, che non risparmia nessuna regione d’Italia. In una terribile classifica che per quanto riguarda l’anno che si è chiuso da poco vede il nostro Veneto al secondo posto con 101 vittime, secondo solo alla Lombardia. E nel 2024, in Italia, in poco più di cinquanta giorni sono già 146 le vittime.
L’indignazione è doverosa. Ma non può scattare solo in determinate, tragiche occasioni. E comunque non è sufficiente. Ha ragione il Presidente Mattarella, che già diverso tempo fa ha detto che “morire in fabbrica, nei campi, è uno scandalo inaccettabile per un Paese civile, un fardello insopportabile per le nostre coscienze”. Per poi aggiungere: “La sicurezza non è un costo, è un dovere... Dobbiamo combattere questo flagello, e non stiamo facendo abbastanza”.
È così, bisogna fare di più, molto di più. Bisogna passare davvero dalle parole ai fatti.
Per primo dovrebbe scuotersi dalla sua colpevole inerzia il Governo Meloni, che fin qui si è distinto solo in negativo, pensando a come non si siano ancora sbloccate le assunzioni di ben 2.000 ispettori previste dal governo Draghi e a quanto la riforma del Codice degli appalti voluta da Salvini abbia dato vita ad una catena di subappalti a cascata – nel cantiere di Firenze operavano più di trenta ditte – che soprattutto nel privato alimenta la logica del massimo ribasso, diluisce le norme di sicurezza, rende complicati i controlli e scarica tutti i rischi sui lavoratori.
Servono, allora, norme per cui chi vince l’appalto deve essere responsabile di tutta la filiera dei lavori, a cominciare dalla sicurezza. E si deve ragionare sull’introduzione anche per i grandi cantieri privati delle regole in vigore per gli appalti pubblici, che prevedono più tutele in fase di esecuzione lavori.
Dopo di che, si tratta di definire una strategia nazionale che abbia al centro alcune precise linee d’azione, come quelle che il Pd Veneto ha messo a punto già mesi fa, in una piattaforma costruita attorno a proposte concrete, per affrontare una situazione che vede il Piano strategico regionale del 2015 rimasto in gran parte solo sulla carta, mentre invece deve essere aggiornato, applicato e finanziato come si deve, come sollecitato più volte dalle stesse parti sociali.
Va contrastata per prima cosa la precarietà, troppo spesso sinonimo di sfruttamento, specie dei giovani ai quali vengono negati, oltre al diritto ad una giusta retribuzione, i giusti tempi di apprendimento. Bisogna incrementare gli organici degli ispettori e costruire un sistema capillare di controlli, anche attraverso la tecnologia e un maggiore coordinamento degli enti preposti. Occorre agire sul piano della prevenzione, promuovendo un grande investimento in formazione, sia per i lavoratori che per i datori. Vanno contrastati i contratti “pirata” che puntano proprio ad eludere le normative più stringenti e si devono prevedere incentivi e premialità per le imprese che investono in sicurezza. E soprattutto c’è da fare un salto culturale, a partire dai programmi scolastici e nella consapevolezza della pubblica opinione.
Il Partito democratico, in Veneto e a livello nazionale, su questo grande tema di civiltà c’è e ci sarà. Si stringa un vero e proprio “Patto sociale”, muovendo proprio dal principio che la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro non sono un costo, ma un investimento per la crescita del Paese, oltre che un dovere morale.



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