UNA RIFLESSONE SUL REPORT DELLA FONDAZIONE NORD EST SULLA FUGA DEI GIOVANI ALL’ESTERO
- 20 set 2024
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Tra i nodi cruciali per il futuro del Veneto c’è quello rimarcato dal recentissimo studio della Fondazione Nord Est su “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero”: la “glaciazione demografica” che vede in tutta Italia da un lato il crollo delle nascite a partire dal 2008 e dall’altro il progressivo invecchiamento della popolazione.
Un declino che rischia di aggravarsi ulteriormente, considerando che tra il 2011 e il 2021 hanno lasciato l’Italia oltre 451mila giovani tra i 18 e i 34 anni.
Il Veneto non solo non è immune da questo fenomeno, ne è particolarmente colpito: solo nel 2023 sono stati 3.759 i giovani che si sono trasferiti all’estero, andandosi a sommare ai quasi 35mila che hanno fatto la stessa cosa nei dodici anni precedenti.
Molti di loro sono laureati, a configurare una “fuga di cervelli”, in prevalenza verso altri paesi europei, dovuta alla scarsa attrattività anche della nostra regione sul piano delle opportunità, sia in termini di retribuzioni che di crescita professionale.
Si tratta di una vera e propria “desertificazione generazionale”, alla quale bisogna purtroppo aggiungere almeno un milione e mezzo di giovani italiani tra i 15 e i 29 anni – siamo in fondo alla classifica europea, peggio di noi solo la Romania – e quasi 100mila veneti della stessa età che non lavorano e nemmeno seguono un percorso formativo: i cosiddetti “Neet” (Not in Education, Employment or Training).
Se non vogliamo mettere seriamente a rischio la coesione delle nostre comunità, se vogliamo garantire la sostenibilità dei conti pubblici e la competitività della nostra economia, a livello nazionale e regionale, dobbiamo prendere molto sul serio l’istantanea rilasciata dalla Fondazione Nord Est e correre ai ripari senza perdere tempo.
Se l’inversione della curva demografica è l’obiettivo da porsi subito e da perseguire in tempi più lunghi, la sfida delle competenze è quella da affrontare con urgenza e da vincere ad ogni costo: specie in un tempo di cambiamento tecnologico accelerato com’è il nostro, a diventare strategica, ad essere l’arma più potente contro decrescita e disuguaglianze, è la formazione. Sia di chi è chiamato a compiere un percorso di riqualificazione che consenta un’adeguata transizione lavorativa, sia di chi è ancora fuori dal mercato del lavoro e vuole entrarvi.
Bisogna aggredire una doppia scarsità che crea un effetto perverso, nemico della crescita e della coesione: la scarsità di lavoro, in particolare per giovani e donne, e quella di personale rispetto ai profili richiesti dalle imprese. Già con la prossima Manovra, andrebbe avviato un grande investimento per rafforzare l’intero sistema istruzione e garantire maggiori sbocchi occupazionali post studio.
E poi, certo, trattenere i giovani sul territorio significa garantire loro opportunità.
Quella di disporre di un salario minimo dignitoso, per il quale il Partito democratico continuerà a battersi senza sosta. Di poter lavorare in condizioni che assicurino salute e sicurezza. Di non dover accettare di essere intrappolati nella rete del lavoro povero, quello che si annida soprattutto nei moltissimi part time involontari specialmente femminili, nel lavoro nero e grigio, nelle vaste aree di sfruttamento del parasubordinato, nei falsi tirocini extracurricolari.
L’opportunità di trovare una casa pagando un prezzo d’acquisto o un canone di affitto compatibili con il proprio reddito o di non veder dipendere il proprio diritto allo studio dalla qualità di politiche abitative non all’altezza delle domande e dei bisogni.
Anche prima di tutto qui da noi, in Veneto, sono queste le principali leve su cui intervenire, aprendo una grande discussione pubblica con corpi intermedi, organismi di rappresentanza sociale, demografi, esperti, per fermare una emorragia di risorse umane che sta restringendo, in prospettiva, il futuro della nostra regione.
È un impegno concreto che il Partito Democratico Veneto vuole prendere e che porterà avanti con tutte le energie.



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