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Vajont. 1963-2024

  • 9 ott 2024
  • Tempo di lettura: 2 min

Sono passati sessantuno anni da quella terribile sera del 1963.


Impossibile dimenticare quello che accadde alle ore 22,43 del 9 ottobre.


Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont (la diga a doppia curvatura più alta del mondo), si staccano, tutti insieme, 260 milioni di metri cubi di roccia che cadono nel lago artificiale e sollevano un'onda gigantesca che, precipitando a valle, spazza via il paese di Longarone e devasta Castellavazzo, Erto e Casso, facendo 2.000 vittime (1.913, dicono le cifre ufficiali): un disastro gigantesco, ma non certo una fatalità, piuttosto una tragica conseguenza di precise responsabilità umane e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale.


Eppure da tre anni la montagna mandava segnali e gli abitanti, conoscendo bene i luoghi, avevano manifestato preoccupazione. Gli esperti avevano fatto sopralluoghi e indagini e lanciato allarmi.


Come sapete, una giornalista coraggiosa come Tina Merlin aveva denunciato i pericoli che si nascondevano dietro il progetto della SADE. Tutti sapevano, nessuno si mosse: questo scrisse subito dopo la tragedia. Nessuno si mosse perché gli interessi industriali e finanziari ebbero la meglio. Anche lo Stato abdicò alle sue funzioni di controllo e salvaguardia del territorio e delle popolazioni.


Tina Merlin - come sapete - venne addirittura denunciata per aver turbato l'ordine pubblico. Solo undici anni fa, in occasione del cinquantesimo anniversario, le più alte cariche delle nostre istituzioni si sono scusate e inchinate per quello che accadde, per le omissioni, i silenzi e le responsabilità.


Nel 2008 le Nazioni Unite hanno considerato il Vajont come il primo tra i più grandi disastri evitabili della storia. Evitabili: parola che continua a fare malissimo e deve ancora costringere tutti noi a riflettere sul fatto che, se vogliamo dare un senso attuale e non retorico alla memoria, e se vogliamo davvero rispettare quelle vittime e il dolore immane dei sopravvissuti, dobbiamo fare della tutela del territorio, della messa in sicurezza della montagna, della difesa del suolo e della sicurezza idrogeologica una vera e propria priorità nazionale, perché oggi non è purtroppo ancora così. Troppo spesso l'azione dell'uomo, invece di preservare il territorio, lo sottomette a logiche e interessi particolari, con conseguenze pesanti in termini ambientali e anche produttivi.


La nuova recente alluvione in Emilia-Romagna, così come un'altra tragedia che il Veneto non dimentica, quella della Marmolada, sono lì a ribadire quanto la tutela del territorio, la difesa del suolo e la sicurezza idrogeologica siano una vera e propria emergenza nazionale. La prevenzione è la sfida principale. Abbiamo bisogno di una grande opera di riassetto del territorio, di infrastrutture ambientali che lo mettano in sicurezza e di interventi di prevenzione legata ai rischi naturali.


Troppe volte, anche in Italia, è successo che si siano commessi errori già compiuti in passato. Davvero non deve più accadere. Abbiamo il dovere di ricordare e in questo senso è stata giusta la scelta di riportare a Belluno la sede dell'archivio processuale.

In conclusione, signor Presidente, faccio tesoro ancora una volta delle parole pronunciate dal presidente Mattarella proprio l'anno scorso in quei luoghi, quando disse che «occuparsi dell'ambiente, rispettarlo, è garanzia di vita».




 
 
 

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